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Madonna in trono con il Bambino tra due santi martiri
Defendente Ferrari

Breve descrizione dell’intervento

L’intervento di restauro realizzato dal Centro tra il 2018-2019 e la successiva esposizione dal 2022 ha permesso di riproporre felicemente il dipinto all’attenzione del pubblico e degli studiosi, nell’ambito di un impegnativo progetto di conoscenza e conservazione delle opere del Ferrari e di Gerolamo Giovenone avviato dal Centro nel 2014 con il sostegno della Compagnia di San Paolo.
La pertinenza carmagnolese della tavola è attestata dal 1836, quando, identificata come Madonna delle Grazie, è ancora giudicata “di molto pregio” e oggetto di particolare venerazione in una delle cappelle principali della chiesa, di pertinenza dei Cavassa di Saluzzo.

La sua realizzazione si colloca nel primo decennio del Cinquecento, nell’ambito di quella fiorente bottega pittorica operante tra Torino e Chivasso in cui Defendente si confronta e collabora con il suo maestro, Giovanni Martino Spanzotti.

Le analisi scientifiche e il restauro hanno fornito dati significativi per comprendere meglio la conformazione antica del dipinto. Dati tecnici e iconografici permettono di confermare la netta riduzione subita dal dipinto sia nella parte inferiore sia in quella superiore: doveva quindi avere una conformazione nettamente più verticale di quanto non appaia oggi, avvalorando l’ipotesi che potesse originariamente costituire lo scomparto centrale di un polittico d’altare.

Il gruppo centrale della Madonna con il Bambino segue un modello più volte riproposto dall’artista, a conferma della volontà di proporre soluzioni compositive tradizionali ed evidentemente di successo attraverso la disponibilità di disegni che certamente circolavano all’interno della bottega.

La campagna diagnostica non invasiva e le analisi su micro-campioni hanno fornito dati puntuali per il riconoscimento dei diversi leganti pittorici (olio di lino, uovo, colla animale) e dei pigmenti spesso utilizzati in miscela dall’artista o sovrapposti per velature: azzurrite, indaco, verdi minerali a base di rame, lacche rosse, cinabro, ocre rosse e gialle, oro, giallorino, giallo di Napoli, bianco di piombo e nero d’ossa.

Come in altre opere di Defendente, anche nella tavola di Carmagnola alcune campiture sono ottenute con una particolare tecnica che, probabilmente mediante l’uso di un aerografo a bocca e di un colore molto diluito, consentiva all’artista di nebulizzare i pigmenti per una resa particolare di volumi e modellati: l’effetto ‘a spruzzo’ è particolarmente evidente nello sfumato degli incarnati.